I pensieri sono finestre oppure muri

Autobus per andare in ufficio. Facebook all’aria condizionata. Scorro le pagine febbrilmente: qualcuno ha cancellato dei post che ho letto nei giorni scorsi.

Una famigliola giovane mamma, papà, figlia diretta all’aeroporto si staziona accanto. L’autobus frena “Siediti! adesso mi fai incazzare”. Monito del padre. Lei, sua figlia – avrà 11 anni? – si siede senza dire una parola e si guarda attorno annoiata.

Mi sono ricordata del titolo del libro del dottor Marshall, di cui consiglio di leggere, appunto, solo il titolo. Il titolo va già abbastanza bene senza che uno si sfracelli il cervello a trovare le parole per rendere piacevole una realtà spiacevole. MA.

è vero che le parole sono finestre oppure muri. E le parole non sono obbligatorie e, se si vuole usarle, si possono scegliere. Visti e considerati gli effetti che possono avere.

Il papà aggiunge “Se frena cadi e ti fai male!”.

Voce del verbo “incazzarsi” ormai normalmente usato dai genitori per domandare l’obbedienza ai figli.

La figlia si gira dall’altra parte, convinta. La madre assume la postura “così impari” e, pure lei, si gira dall’altra parte (opposta).

Le parole sono finestre, ma anche i pensieri: io mi aggrappo alla serranda e cerco di aprire ‘sta finestra.

La figlia ha undici anni e ha capito tutto. Meglio stare zitti. Lei non dirà mai a sua figlia “attenta se no m’incazzo”.

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