Mumbai is my jaan

Nella grotta principale di Elephanta mi siedo per terra a gambe incrociate, indecisa se cimentarmi nell’opera di ritrarre un pezzo di quello che vedo, con i miei disegni. Shiva Trimurti mukha. Dopo pochi minuti mi trovo circondata da un gruppo di turisti thailandesi che, guidati da due monaci in tunica gialla, iniziano recitare un mantra. Ripetono e ripetono. Sono buddisti. Io dico “But it’s not Buddha! It’s Shiva”. Mi accorgo che pure il guardiano li sta osservando, incerto su cosa fare. Con un fischietto richiama i turisti che si appoggiano sulle sponde della grotta. Penserà se sia anche opportuno non usare il pavimenti che per camminare. Di fatto con questa sosta blocchiamo il passaggio… ma accade un miracolo. Tutti gli avventori ora non osano più avvicinarsi troppo alla statua di Shiva. Le fotografie vengono scattate di lato – si crea finalmente uno spazio per ammirare la statua che a quest’ora del giorno sorge luminosa.

Dal coro di mantra si alza una monaca che guizza in avanti per scattare una foto al gruppo in preghiera. Il primo monaco si ricompone veloce, riportando le mani giunte davanti al cuore, in posa. Finita la preghiera, tutto torna come prima.

L’isola prende il nome da una statua d’elefante che una volta si trovava nel punto di approdo all’isola.

La polvere di Elephanta, quella che sembra polvere di stelle nelle fotografie, mi è entrata negli occhi e domani mi sveglierò con due grossi tortellini sotto le sopracciglia.

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