Moments of bliss

In a moment in life, you wonder all of a sudden why you don’t know the reason for living in a different place, the reason for breathing far from your home.
In a moment in life you find yourself in someone else’s flesh, blood, sweat and you realise you’ve already been there somewhere from eternity. Yet you do not know why.

The atonement blows off from your eyes and you stop, staring at the sun, waiting for your heart to know.

Della bellezza che ci salva sempre.

Con la musica, la letteratura, la vita rapprentata e dipinta, dai colori, dalla danza.
Della bellezza a cui dobbiamo tornare, da ricordare per ritornare a quello che siamo.
Della bellezza degli alberi, tra cielo e terra, della Luna che ci illumina certe notti, del Sole che ci permette tutto questo.
Mai perderla di vista.

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Donne (potenti e non) dell’India

Tramedautore è un festival del teatro d’autore, quest’anno dedicato a Bangladesh-India-Pakistan-Sri Lanka. La casa editrice Metropoli d’Asia è, per il tema, sponsor degli incontri. Ho così assistito al monologo teatrale di Barbara Barbarani e alla conferenza su donne e letterature dell’India, con Manjula Padmanabhan e Urmila Chakborty.

Manjula sorseggia un bicchiere di bianco nell’attesa, sfoggia un kurta colorato, di stile occidentale, ed è tuttavia l’unica cosa di parvenza indiana, a parte i suoi tratti, con quel taglio corto dei capelli che, racconta lei, è un esempio del suo essere “diversa” dall’India. Il suo look è “unattractive” dal punto di vista dell’India ed è un segno del suo voler restare “aliena”, lei che da sempre parla solo l’inglese. Figlia di un diplomatico, vive in Svezia e arriva per la prima volta in India a 8 anni. Calcutta, una delle città più avanzate dell’India, eppure uno shock per lei. La sua vita di drammaturga e di scrittrice di science fiction è un privilegio, per lei tuttora sempre in viaggio, nel tentativo di venire a patti con “le differenze”. Manjula sceglie di restare aliena dal suo Paese d’origine e trova ironico che, appartenendo all’elite degli Hindi che vivono gran parte della vita in Occidente (lei negli USA e in UK), venga spesso chiamata a dare voce alle donne dell’India, di cui lei non conosce granché, neanche la lingua. L’inglese, contrariamente al luogo comune, che in India lo parlano tutti, non è lingua conosciuta dai più.

Urmila, “mediatrice” Italia- India, in un perfetto italiano precisa infatti che l’inglese è noto alla piccola percentuale della popolazione che pesa, che dirige il Paese. Il 68,8% della popolazione indiana, dati dell’ultimo censimento, vive nei villaggi, lontano dalle metropoli. Per conoscere l’India, bisogna ascoltarla nelle sue lingue, almeno 30 lingue, che Urmila, fiera, sostiene di parlare correttamente, con l’inglese e l’italiano.

Urmila ci racconta così del Pattachitra, antica arte pittorica (e non solo) hindu-islamica, che un gruppo di donne indiane tramandano, e rinnovano, spostando il soggetto delle rappresentazioni dai temi tradizionali del Mahabharata e del Ramayana (riverenza nel tono di voce di Urmila) ai problemi attuali, come l’HIV, tanto da essere paragonati, per forza comunicativa, al fumetto. La pittura è accompagnata al canto, gli inglesi perciò la definirebbero performance art ! Donne indiane, che non appartengono all’elite delle scrittrici in lingua inglese, si impegnano a riscattarsi e a sensibilizzare il mondo attorno a loro, quello che non legge il Sunday Observer. Urmila conclude il racconto con un esempio, l’esempio di una di queste donne costretta a mendicare dall’età di 13 anni per essere stata data in sposa a un mendicante. Conoscitrice del Pattachitra, rifiuta di sottomettersi a questo destino e riprende l’attività tanto da presenziare in qualità di rappresentante di quest’arte l’incontro con Hillary Clinton in visita ufficiale nel suo villaggio indiano.

Racconto piccolo ma grande – io non sto nella pelle dall’entusiasmo, penso alle donne indiane che ho conosciuto io – vedo intorno un tiepido ammiccare.

Manjula assiste senza aggiungere altro.

Dimenticavo, c’è stato lo spettacolo- conferenza (definito proprio così) di Barbara Barbarani che ci racconta di aver vissuto l’India autentica: non ha mica alloggiato all’Hilton. Lei ha vissuto il suo tempo da allieva di scuola Yoga negli alberghi di Rishikesh, dove non c’è l’acqua per farsi la doccia, dove fa freddo d’inverno perché ti danno la stanza al primo piano e dove gli scarafaggi volano. Incuriosita dagli annunci matrimoniali ha scoperto che in India si attribuisce una grande importanza all’oroscopo per trovare il proprio partner, che in India ci si stupisce se tu chiedi a che ora si mangia, perché l’India è un Paese povero, dove mangiare non è una certezza e dove l’acqua è una risorsa preziosa, razionata e da donare – una volta una famiglia assetata le ha chiesto l’acqua e lei ha dovuto dare loro la sua bottiglietta, svuotata in poco tempo; ha scoperto che in India i bambini non hanno neanche gli occhi per piangere tranne quelli che sono figli di papà  – una grande lezione di vita per lei che così ha smesso per un po’ – almeno per un po’ di piangere. Barbara, diplomata alla scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, ha scoperto che d’estate in India fa un caldo umido terribile, quindi lei non consiglia di andare in India d’estate se non ci siete mai stati. Angela, l’organizzatrice insieme a Tatiana (bravissima), sostiene di non essere mai stata in India, ma che Barbara le ha fatto venire voglia di scoprire questo Paese. Lo spettacolo è finito. Se avete domande…

Frase ripetitiva ma ci sta bene a questo punto, ricorrente nell’intervento di Urmila: “L’India è l’unione delle differenze, c’è tutto in India e il contrario di tutto”. Quindi attenti a dare le cose per scontato.

Ecco il programma di tramedautore http://www.outis.it/tramedautore/?page_id=826

L’ho incontrata per caso e ormai per caso è l’unico modo per vederla. È un vulcano e le voglio bene per questo.  Insofferente, dura, irascibile, con una dolcezza infinita negli occhi. Bella, è sempre bella, con la sua chioma rossa e i denti che sorridono, da bimba.

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Di amori che non sono i miei

Ho letto questo libro per caso, in un momento in cui è “Limonov”, un altro libro dello stesso autore, ad essere in vetta alle classifiche da settimane.

D’autres vie que la mienne mi ha colpito dal primo momento per la presunta onestà dell’autore, che non esita a descrivere le sue meschinità, i suoi egoismi, nel mezzo delle peggiori tragedie. Una riflessione continua sul vivere la propria vita come quella degli altri, come se non fosse la nostra. Fino alla fine non ho voluto leggere il risvolto di copertina: volevo che la storia fosse vera, che tutte le storie contenute in questo libro fossero vere.

Tu ti auguri di non viverle mai, crudeli come sono, eppure – se pensi alle tue noie, alla tua asfittica ansia di libertà da questa donna, da questa famiglia, da questi figli –, quando leggi le parole dell’uomo, che pubblicamente si mette in questione e si confessa di un amore che non aveva mai conosciuto, pensi che ne varrebbe la pena, subire qualche scossone, arrivare sull’orlo dell’abisso. L’amore delle donne è diverso da quello degli uomini ma si rassomiglia, si unisce a quello, di fronte alle condizioni estreme. Non esistono più genitori, mogli, amanti, figli o mariti.

Ho sperato fino alla fine che fossero vere le storie qui raccontate ed è così, sono vere.

Riesco perciò a perdonare, a Emmanuel Carrère, il cinismo di un libro precedente a cui sono immediatamente passata, Un romanzo russo, desiderosa di scoprire se questo personaggio egocentrico, astuto, è davvero così sensibile.

Consiglio “Vite che non sono la mia” a tutti quelli che hanno il coraggio di amare. Ma a condizione che sia per sempre.

Il raggio verde

Gli incantesimi si rompono. Hai un bel da fare a negartelo, accade così, che si rompono.
Ieri al tavolo accanto al nostro mi riempie la gioia vuota di vedere una famiglia giovane, unita, con una bimba che, silenziosa, mi guarda.
Questa sera si avvicina alla mia sedia, mentre mi allontano per dedicare una fotografia melensa al mio amore, amore, che non è con me, è altrove. E ciò è naturale. Serena, è così che si chiama, mi indica gli albatros. Si alternano ai gabbiani in volo sulla riva. Si ferma a fissare il sole fucsia, che sta per sparire, in attesa del raggio verde.
Le rayon vert.
Mi chiedo perché resto anch’io a fissare quella macchia di colore fucsia.
La serata si rallegra con lo spumante, mi chiedono se sono una danzatrice, cosa che mi fa piacere di una stupida vanità nel mio più bel vestito. Curiosa, m’interesso di loro tre. Sono uniti di quell’unione normale, convenzionale, che vive tutto dal più buio nero al sole di queste mattine d’estate. Chiudo gli occhi, penso all’incantesimo che si è rotto. Penso al coraggio delle “vite che non sono la mia”. Penso di aver bisogna adesso di tutta la mia forza per non lasciarmi ingoiare dalla Luna.
Il raggio verde stasera non si è visto.
Luna, eccomi.